lunedì 30 giugno 2008

-Mi dispiace, devo.- E si trascinò lontana da lui, voltandogli le spalle. L’aria era pesante, le ginocchia le tremavano, lo zaino che sosteneva sembrava farla soccombere.

Chi sei tu? Credi che le cose ti spettino per diritto? Pensi che le parole possano placare in eterno il mio animo? Sapessi quante ne ho ascoltate. Un tempo le adoravo, dannate selvagge parole. Mi intrigava il loro effetto sonoro e devastante: un soffio di fiato che diventa azione. Ma sai, adesso sono stanca, di tutto. Giocoleria a parte, un giorno ho rischiato di offrire la mente e il cuore in mano a parole d’azzardo. Ero sull’orlo di un precipizio. E ci sono caduta. Ma sono ancora qui.
E tu mi parli, mi parli, mi parli, mi parli, mi parli…

-Vado-

Non hai nemmeno la forza di fermarmi, troppo impegnativo leggere l’evoluzione dei miei pensieri. Mi chiedi perché. Basta spiegazioni, ti prego. Fermami, fermami, strattona questo mio braccio che scivola via. Mi accusi di essere “nebbia che confonde, triangolo delle bermuda che disorienta”. Ora ti incazzi. Speravo ti incazzassi. Urli. Anche tu hai una vita che ti attende, come me. Cosa ho fatto io? Ti senti accusato. Ti difendi. Hai ragione.

Continuava ad avanzare, mentre lo stomaco le si torceva dentro. Era una scelta forzata, l’unica possibile. Il fiato le si nascondeva tra i polmoni, la fronte corrugata, il formicolio alle mani, la vista annebbiata. I suoi denti lottavano irrequieti, sotto quelle labbra rosse, impassibili.
Il treno era fermo. Un piede dentro, uno fuori, e quell’attimo dimenticò il concetto di tempo. Un’ennesimo slancio e salì. Adesso, da lontano, era davvero nebbia, confusa con il sudiciume di un finestrino dimentico di cure. -Addio L.- sussurrò, quando ormai la sua voce non aveva più voce.

Non mi hai fermato. Gli eventi hanno deciso. Dai che fai? Ora ti fermi a ricordare? Che paradosso che siamo. Che paradosso che sono…”Triangolo delle bermuda”, e mi ritorna alla mente quella notte d’amore. I tuoi baci sul mio seno. Le tue braccia ad avvolgermi. Quel senso di pienezza. Io e te così perfetti insieme. Quella notte senza parole, intrisa dei nostri profumi e scandita dai nostri respiri. Le tue labbra morbide e carnose. Il calore del tuo corpo. Le tue mani. La mia testa sul tuo petto. L’alba che giungeva. Quella casa piccola e così intima. I nostri sogni lievi. Il sorriso impreciso e soddisfatto. La forza. Il mio naso sul tuo naso. I tuoi occhi grandi. L’infinito.

Rilassò i muscoli e lasciò andare il pianto. Un pianto che sciolse il ghiaccio di cui si era forgiata. –Addio L.- ripetè, quasi per convincersene.

sabato 28 giugno 2008

LO STRANIERO di Albert Camus



Ho rifiutato per la terza volta di ricevere il prete. Non ho niente da dirgli, non ho voglia di parlare, e dovrò comunque vederlo presto. Quel che mi interessa in questo momento è soltanto di sfuggire alla meccanica, di sapere se l'inevitabile può avere un via d'uscita. Mi hanno cambiato di cella e da questa, quando sono disteso, vedo il cielo e il cielo soltanto. Passo le mie giornate a guardare nel suo volto il degradare di colori che conduce alla notte. Sdraiato, mi passo le mani dietro la nuca e attendo. Non so quante volte mi sono chiesto se esistono esempi di condannati a morte che siano sfuggiti al meccanismo implacabile, siano scomparsi prima dell'esecuzione, abbiano rotto i cordoni di agenti.
[...]
Quello che contava allora per me era una possibilità di evasione, un salto fuori dal rito implacabile, una folle corsa che offrisse tutte le possibilità della speranza. Naturalmente questa speranza era di essere freddati all'angolo di una strada, in piena corsa, d'un colpo di rivoltella. Ma, tutto ben considerato, nulla mia autorizzava questo lusso, tutto me lo vietava, la meccanica mi riprendeva. Malgrado la mia buona volontà, non potevo accettare questa certezza insolente. Perché insomma c'era una sproporzione ridicola fra il verdetto che l'aveva creata e il suo svolgersi imperturbabile a partire dal momento in cui quel verdetto era stato pronunciato. Il fatto che la sentenza fosse stata letta alle ore venti, piuttosto che alle ore diciassette, il fatto che avrebbe potuto essere completamente diversa, che era stata deliberata da uomini che cambiano di biancheria, che era stata messa a carico di una nozione così imprecisa come il popolo francese (o tedesco, o cinese), tutto questo mi pareva proprio che diminuisse di molto la serietà di una simile decisione.Eppure ero costretto a riconoscere che, dal secondo in cui era stata presa, i suoi effetti diventavano altrettanto seri che la presenza di quel muro contro cui schiacciavo il mio corpo.
[...]
C'erano altre due cose a cui riflettevo sempre: l'alba e la domanda di grazia. Eppure cercavo di ragionare, cercavo di non pensarci più. Mi stendevo, guardavo il cielo, facevo uno sforzo per interessarmene. Il cielo diventava verde, e era la sera. Facevo ancora uno sforzo per deviare il corso dei miei pensieri. Ascoltavo il mio cuore. Non riuscivo a immaginarmi che quel piccolo rumore che mi accompagnava da tanto tempo potesse mai cessare. Io non ho mai avuto immaginazione. E tuttavia cercavo di immaginarmi un determinato secondo il cui battito di questo cuore non si sarebbe più prolungato nel mio cervello. Ma invano. C'era sempre l'alba e la mia domanda di grazia e finvo per dirmi che la cosa più ragionevole era di non farmi violenza. E' all'alba che vengono, lo sapevo. E ho passato le mie notti ad aspettare quell'alba. Non mi è mai piaciuto farmi sorprendere: quando mi succede qualcosa, preferisco essere presente. Così ho finito per non dormire che un poco durante il giorno e, lungo tutte le mie nottate, ho atteso pazientemente che la luce nascesse sul vetro del cielo. Il momento più difficile era quell'ora incerta in cui sapevo che essi operano d'abitudine. Passata la mezzanotte, attendevo e stavo in agguato. Mai il mio orecchio aveva percepito tanti rumori, distinto suoni altrettanto lievi. Devo dire del resto che ho avuto fortuna durante tutto questo periodo perché non ho mai udito dei passi. La mamma diceva che non si è mai completamente infelici. Ero d'accordo con lei nella mia prigione quando il cielo prendeva colore e una nuova giornata scivolava nella mia cella. Perché poteva darsi ugualmente che udissi dei passi e mi scoppiasse il cuore. E invece, per quanto il più lieve fruscio mi facesse balzare alla porta, per quanto, l'orecchia schiacciata contro il legno, attendessi perdutamente fino a udire il mio proprio respiro, spaventato di trovarlo rauco e così simile all'ansimare di un cane, in verità il cuore non mi scoppiava e avevo guadagnato ancora una volta ventiquattr'ore.
Durante tutto il giorno avevo la domanda di grazia. Credo di aver sfruttato il massimo possibile di quest'idea. Calcolavo gli effetti e ottenevo dalle mie riflessioni il miglior rendimento. Partivo sempre dalla supposizione peggiore: la domanda era respinta. "Ebbene allora morrò". Più presto che molti altri, evidentemente. Ma tutti sanno che la vita non val la pena di essere vissuta, e in fondo non ignoravo che importa poco morire a trent'anni oppure a settanta quando si sa bene che in tutti e due i casi altri uomini e donne vivranno e questo per migliaia di anni. Tutto era molto chiaro, insomma: ero sempre io a morire, sia che morissi subito, sia che morissi fra vent'anni. A questo punto quel che mi turbava un po' nel mio ragionamento era il vuoto terribile che sentivo in me al pensiero di vent'anni di vita non ancora vissuta.
Ma non avevo che da soffocarlo immaginando quali sarebbero stati i miei pensieri dopo vent'anni, quando mi sarei dovuto trovare in ogni modo a quel punto. Dal momento che si muore, come e quando non importa, è evidente. Dunque (...) dovevo accettare che quel ricorso fosse respinto.
A questo punto soltanto, avevo per così dire il diritto, mi davo in certo qual modo il permesso di considerare la seconda ipotesi: ero graziato. La difficoltà era che dovevo render meno violento questo slancio del cuore e del corpo che mi pungeva gli occhi di una gioia insensata. Dovevo cercare di calmare quel grido, di ridurlo alla ragione. Dovevo essere ragionevole anche in questa ipotesi, se volevo rendere plausibile la mia rassegnazione nell'altra. Quando vi riuscivo, avevo conquistato un'ora di calma.

lunedì 23 giugno 2008

MI ABBRACCIO DA SOLO E NON PROVO CALORE


Il dipinto e il titolo sono presi dal blog "Lo Zibaldone di Dave". Grazie Dave, mi sembravano appropriati al testo.

Aaaaaaaahhhhhhhhh dannata carenza d'affetto. I tradizionali metodi tipo "mi ingozzo di cioccolata" o "ti prego fammi le coccole" guardando con occhi dolci i propri amici e sbattendo le ciglia a dismisura, ormai non funzionano più. La cioccolata va meglio per l'inverno, l'estate si rischia d'ingrassare troppo (io ahimè non riesco comunque a farne a meno); gli amici, una volta imparata la filastrocca a memoria, ti abbracciano con fare tanto meccanico che forse il proprio cane o gatto riesce meglio scodinzolando o facendo le fusa. E lì quel desiderio di essere abbracciati non si placa, specie in periodo "pre-mestruo", in cui si ha bisogno di zittire gli ormoni ribelli e piangere tutto ciò che va storto (forse un abbraccio potrebbe rendere tutto più sopportabile). Se i propri affetti sono lontani, o nel peggiore dei casi, non ci sono proprio, quello è veramente un dramma. Si dovrebbe gridare al mondo PEACE AND LOVE, che una cultura fondata sull'amore gioverebbe a tutti, e ci regalerebbe voglia di dare e ricevere coccole a dismisura; probabilmente si porterebbe più rispetto per il prossimo, le guerre si decimerebbero , eccetera eccetera..
Invece, l'unica soluzione in questa società corrotta dalle dinamiche di mercato viene dalla tecnologia. E' pronto un nuovo bisogno pre-confezionato, di cui si avvertirà presto la necessità (il nostro cervello ormai anestetizzato non riesce a resistire alla sempre più seducente pubblicità): ecco a voi le Hug Shirt! Si tratta di magliette dotate di sensori della percezione. Basta trovare un altro sfigato come noi che vuole indossarla, e potremo, tramite bluetooth e chiamata con cellulare, sentire il suo abbraccio su di noi. Come funziona? La persona che vuole farmi sentire il proprio abbraccio deve abbracciarsi da sola: i ricettori della sua Hug Shirt, saranno tramessi tramite bluetooth al mio e, di conseguenza, saranno attivati anche i sensori presenti sulla mia maglietta. Se non erro ciò può avvenire anche tramite invio di un sms, ma le dinamiche ancora non mi sono ben chiare..
Che ve ne pare??? Il grande mercato riuscirà a farci sentire meno soli? Il/la nostro/a uomo/donna lontano/a riuscirà a trasmetterci il suo calore?
Ma sbaglio o abbiamo cinque sensi (anche sei)? E l'odore che attiva la nostra mente? E le parole, i sospiri e i respiri di chi ci abbraccia? E la vista di un sorriso che si manifesta e ci apre il cuore? E tutto ciò che può scaturire da un abbraccio?? Lasciamo tutto all'immaginazione...Ma la realtà? Perdiamo importanti elementi della nostra complessità umana: ci basterebbe un surrogato di emozione?
E la carenza d'affetto riusciremmo a colmarla???

...PEACE & LOVE, PEACE & LOVE, PEACE & LOVE...

venerdì 20 giugno 2008

AO MEU AMIGO ALBERTO


Esta cancão é maravilhosa: a cantora portuguesa Dulce Pontes e o cantor italiano Andrea Bocelli

São muitas vezes que volto no teu blog, mas nada. Queria ler-te, mas cada vez a tua última publicação é aquela que tem por título THE END. Penso: Porque? Sabia que gostavas muito de escrever, de falar das tuas emoções, de escolher boa música. O teu blog era uma ilha de memórias, para mim, saber-te perto de mim com as palavras, com os pensamentos. Lembro-me dos dias no jornal a trocar-nos musica desde um compudador até outro, no silêncio daqueles dias frios e daquele quarto da redação.
Então, meu amigo, hoje eu escrevo para ti, em português, por uma promessa que eu fiz-te um dia. E porque gostaria demasiado de voltar a ler-te. Preciso do teu blog, para aprender e para saber que uma distância não é distância com um ponte de palavras. O teu blog, falta me muito.

giovedì 19 giugno 2008

Notte macchiata
dall'asfalto di giorni
troppo lenti.

Vanifico la distanza
da ombre soffuse
che vagheggiano
nella mia noncuranza.

Si desta
una non comprensione
dai sandali consunti.

Mordo la mia pelle
dalla luna riflessa
mentre aspiro
all'ascesi mistica.

giovedì 12 giugno 2008

DON'T CRY



Parlami dolcemente
C’è qualcosa nei tuoi occhi
Non mettere la tua testa nel dolore
E per favore non piangere
So come ti senti dentro
Ci sono passato prima
Qualcosa sta cambiando dentro di te
E tu non capisci

Non piangere stanotte
Ti amo ancora baby
Non piangere stanotte
Non piangere stanotte
C’è un paradiso sopra di te baby
E non piangere stanotte

Fammi un bisbiglio
E fammi un sospiro
Dammi un bacio prima di dirmi arrivederci
Non farla così difficile adesso
E per favore non prenderla così male
Starò ancora pensando a te
E le cose che abbiamo avuto baby

E non piangere stanotte
Non piangere stanotte
Non piangere stanotte
C’è un paradiso sopra di te baby
E non piangere stanotte

E per favore ricorda che non ho mai mentito
E per favore ricorda
Come mi sono sentito dentro, ora tesoro
Devi farlo a modo tuo
Ma starai bene ora dolcezza
Ti sentirai meglio domani
Arriva la luce della mattina adesso baby

E non piangere stanotte
E non piangere stanotte
E non piangere stanotte
C’è un paradiso sopra di te baby
E non piangere
Non piangere mai
Non piangere stanotte
Baby forse un giorno
Non piangere
Non piangere mai
Non piangere stanotte

DOPO AVER PULITO I CESSI DI UN BAR...

UOMINI QUANDO ANDATE IN BAGNO, PENSATE A VOSTRA MADRE O A VOSTRA SORELLA CHE PULISCONO I CESSI,MAGARI OGNI TANTO VI VIENE VOGLIA DI FARE CENTRO.

martedì 10 giugno 2008



Sono nervosa. Mi infastidisce la gente che finge comprensione, monta su un finto sorriso e ti dice NON TI PREOCCUPARE, VA TUTTO BENE, e dentro cova rabbia. Capisco quanto sia sbagliato condividere pensieri, se questi appaiono distorti o come frecce volanti pronte a colpire. Ho una mente deviata, è vero, ma non ti ho chiesto di capirmi... Volevo solo apparire vera, senza veli. Ma sbaglio, cazzo se sbaglio. Dovrei imparare a tapparmi la bocca. Dovrei.

Sono stanca di non vivere quello che dovrei vivere.
Fanculo agli amori lontani...Proprio a tutti...

lunedì 9 giugno 2008

Biagio Antonacci: ALESSANDRA



Avevo bisogno di una carica di volontà... ;)

domenica 8 giugno 2008

RUAH

Vento, vita, Spirito di Dio...
"Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque sulla terra, per distruggere sotto il cielo ogni carne in cui è alito di vita [ruah hayyim]" (Gen6,17).
"Se nascondi il tuo volto (gli animali) vengono meno, togli loro il respiro [ruah], muoiono e ritornano alla polvere. Mandi il tuo spirito [ruah] e sono creati, e rinnovi la faccia della terra" (Sal 104,29-30).
Ogni vivente, quindi, in quanto tale è sotto l'azione dello Spirito di Dio che produce la vita momento per momento. Ne segue che ruah equivale sì a vita, ma con l'aggiunta di precarietà e di dipendenza. Dio solo possiede la ruah.

Lo Spirito Santo "è Signore e dà la vita".

venerdì 6 giugno 2008

Ho vissuto un sogno, meraviglioso...
Odio il momento del risveglio.
Mi rimane calore addosso e nostalgia..
Mi sento confusa, ma questa è la realtà.
Voglio addormentarmi di nuovo, e sognare braccia grandi e amore infinito.