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mercoledì 10 ottobre 2018

Mario guarda il mare

Mario guarda il mare. Se ne sta seduto sulla riva, al crepuscolo. Uno schizzo di sangue si versa sulle nuvole sparse all’orizzonte e i colori si mischiano sulla tela celeste, indefiniti. Sarà che lui e il sole sono un tutt’uno proprio ora che quel sangue è venuto a mancargli nel cervello e a pompargli ossigeno. Ma lui la vita la sente dentro, davanti a quel mare caldo dove ha trascorso ogni estate della sua esistenza. La marea è alta e le onde si srotolano sulla battigia o sui pochi scogli che riaffiorano dall’acqua. Mario aspetta, sente voci lontane, contempla e si perde nel cielo arancione, nel mare infinito e diventa sole, dall’altra parte del globo, aurora e luce su un altro mare. Il mondo diventa piccolo e la sua anima si moltiplica su ogni piccola spiaggia e paradiso terrestre di cui sognava da piccolo, con i piedi immersi nel mar Ionio.

Strano, pensa, come proprio ora che la sto vivendo, la morte non sia altro che un tuffo in mare dagli scogli.
È la ninna nanna di mia madre al calar della sera, lo sciabordare delle onde ad ogni tramonto. È la luce negli occhi del mio primo amore e il mare in tempesta nello stomaco. È l’acqua che straripa dall’utero di mia moglie e mi fa vedere la testa dei miei figli.
È la voce del mio amico Mimmo che mi parla di Dio mentre mangiamo i ricci sulla riva. Dio è il mare e il sole insieme, sento la sua voce nelle orecchie, nel cervello. Le parole nascono da dentro, dal mio cuore e tutto risuona in me, nelle mie vene, nel mio mare. Nulla è più fuori, ma dentro, in questa oscurità in cui sono entrato d’improvviso e che è il mare di notte. Galleggio cullato dalle onde e guardo le stelle. Quanto sono belle, che universo infinito… 

I medici guardano Mario che giace intubato, privo di sensi..
Dagli occhi di Mario si stacca una lacrima che gli sfiora le labbra. È salata, è una piccola goccia del mare che ha dentro. Cos’ è il tempo per questo mare da cui ha avuto origine la vita? E cosa c’ è oltre il mare, al di là dell’orizzonte? Da piccolo immaginava come potesse essere la Calabria, di cui parlavano i pescatori mentre ritiravano le reti. I monti della Calabria si vedevano così bene al di là del mare, alcuni giorni… Ed erano gli stessi monti lontani, che sognava nei suoi inverni milanesi.
Un giorno sarebbe cresciuto e sarebbe andato in Calabria, al di là del mare, al di là dell’orizzonte…

giovedì 23 febbraio 2012

Granada, città del sole e dei fior, il mio canto è l'ultimo addio d'un nostalgico cuor!



Eccola bruciare una biblioteca di saperi. Dove vaghi a quest'ora mentre mani trasportano il tuo feretro in Chiesa per l'ultimo saluto? Ti immagino spiare questa processione e anch'io la spio da qui. Forse siamo su due nuvole prossime. Ti posso anche vedere. Non sono venuta per l'addio al tuo vecchio corpo. Preferisco ricordarti nei nostri ultimi abbracci, quando ti aiutavo a ingoiare l'acqua in gel e i tuoi occhi azzurri mantenevano la stessa espressione fiera di sempre. E ti sforzavi a parlarmi contro la gravità di una lingua ormai intrecciata nella bocca. Mi hai detto che morivi e ti ho chiesto se avessi paura. Hai scosso la testa, ormai non potevi fare altro. Ma ti capivo. I tuoi occhi li ho impressi nell' anima.
Forse non ci eravamo mai guardati così da vicino. Quel giorno ho cantato per te, accarezzandoti l'addome affaticato.In genere eri tu quello che mi cantava sogni andati di gioventù con la tua voce possente: Granada di Claudio Villa era un'esalazione di brezza marina che veniva dalla costa, i tuoi polmoni si aprivano ed eccoti emettere note nella tua espressione piu' orgogliosa e allegra. Io ero più per la danza. Mi chiedevi di ballare la pizzica ed eccoci a saltellare qui e lì. Anche l'ultima settimana hai assecondato la mia volontà. Hai voluto ascoltarla la pizzica, da quanto nonno non la sentivamo insieme? E hai detto che non sono pazza, come dice mio padre. Sei solo scoppiato in una grossa risata quando ti ho raccontato della mia Odissea per venirti a salutare. L'ultimo fiato che ti rimaneva nei polmoni lo hai usato per ridere. "Non sono pazza", io che ho il tuo stesso orecchio.. nessun altro come noi in famiglia. Io che ho preso la tua voce e forse la tua memoria per le poesie e i numeri.
Caro vecchio, ricordo quiando da bambina mi portavi con te sulla casa sul mare, di fronte alla tua, e si faceva festa con le fisarmoniche. Ricordo che mi emozionavo. È una delle più belle memorie che ho con te.
Tu che sei stato sempre il bruto, il minaccioso, l'uomo severo, con me non riuscivi a trattenere le risate quando venivo e di sorpresa ti strizzavo i capezzoli nelle calde notti d'estate e mi gridavi contro, poi, con il bastone alzato...
Sono ancora dispiaciuta per non aver imparato l'arte dei cesti da te. Ma mi ci impegnerò.
A quest'ora il tuo corpo inerme è in Chiesa e il prete ha cominciato la sua Messa. La nonna la immagino al primo banco con il suo solito rosario. Fossi vivo la guarderesti in tono minaccioso. Non ti sono mai piaciute le ostentazioni. Papà e la zia anch'essi in prima fila rimangono in silnzio e forse ricordano la propria infanzia. Non hanno avuto vita facile con un padre come te, ma ti hanno perdonato. Ho visto papà con una delle espressioni piu' amorevoli che un uomo possa avere quando ti prendeva in braccio e ti metteva a sedere e quando, per salutarti, sfiorava il tuo naso con il suo. La tua malattia ha ristablito quel filo umano e d'amore e i tuoi occhi lo hanno ringraziato in silenzio. E poi è arrivato il giorno in cui ti ho detto che ripartivo e dovevo salutarti. Sei scoppiato a piangere. Ti ho detto che sarei tornata a trovarti, che avevo ferie disponibili. Ma sapevamo entrambi che mentivo, che era il nostro saluto finale. Ero tornata per quello da te, nonno. Mi avevi chiamata in sogno. Hai pianto forte, io ho trattenuto le lacrime a stento e me ne sono andata. Ora sei andato tu via. E ti spio spiare i tuoi parenti. Deve essere triste, ma è tutto così distante ora, quasi insonoro..prevale solo il rumore del vento da lassù e apri i polmoni:
"Granada,
città del sole e dei fior,
il mio canto è l'ultimo addio
d'un nostalgico cuor!
Canterò
la mia canzon gitana!...
Canterò,
e con le lagrime
la terra ancor bacerò!"

lunedì 20 aprile 2009

1-

Sentiva l'amaro della medicina sciogliersi, mentre il suo carnefice le infilava l'ago nel collo, con un sorriso spietato. Lei aspettava la risposta del proprio corpo, come un animale al mattatoio, quando giunge la propria ora, inconsapevole forse della tempestiva morte, ma capace di sentirla sulla propria pelle, secondo un presagio, un istinto tutto naturale. La bestia si inferociva; si dimenava lei..intrappolata sotto al suo corpo troppo grande che la premeva contro il muro. Sentiva puzza di piscio,di morte, di lui, nonostante il colpo ricevuto sulla testa, quel suo primo svenimento. L'iniezione le aveva ridato sensibilità che, nuovamente, cominciava a perdere e intorno tutto si sfumava, diventava flebile..solo vermi..ai suoi piedi, sul suo corpo, nella sua testa..null'altro. Era sparito tutto intorno... Si sentiva rigida e ferma, come un tronco di un albero ora...
Non ricordava più chi fosse, l'incoscienza era un susseguirsi di strani incubi, in cui lei era e non era...

venerdì 27 febbraio 2009

Sono Crisi Economica

Una gionata tranquilla, come tante. Suonano alla porta: c'è sempre qualche scocciatore all'ora del thé...in realtà bevo un caffè e mangio un pezzo di cheescake.. è l'ora migliore in cui ti concedi a piccoli capricci, ti vizi un po' con del dolce perchè credi che faccia bene al tuo cervello e al tuo umore, beh quando manca qualcuno che ti coccoli è così...

Si un attimo, arrivo!!

Chi è?

Piacere sono Crisi!

Crisi?? Crisi chi?? Scusami ma proprio non mi ricordo di te, frequenti l'università? Come fai di cognome??

Economica!

Crisi Economica...mmhhh..lasciami pensare..ah si..Ti conoscevo di nome..Aspetta, ora che mi ricordo ti ho odiata, scusami, non ti conosco personalmente, ma l'ultimo esame all'università, quello di giornalismo economico, è stato proprio difficile...dovevo parlare proprio di te...ed ora eccoti qui..sei venuta con un po' di ritardo a bussare alla porta...Insomma che vuoi??

Niente, così..Sapevo che eri sola e volevo farti un po' di compagnia...

Scusami, non è per screditarti, non ti conosco personalmente, ma sai..avevo da fare, o meglio, mi concedevo un po' di attenzioni..tutte per me, e poi dai..sei un po' troppo giovane per stare con me, e...la verità...parlano un po' male di te!!!

Mhh..devi conoscermi per parlare a riguardo, ma che hai la mente chiusa?? Parli per pre-concetti???

No, no...Crisi, scusami!! Certo so come sei arrivata fin qui..Ti dicevo...L'ho studiato...é colpa delle banche americane...come al solito... l'America negli ultimi anni ha un po' rotto i coglioni, sempre in mezzo, ma ora che c'è Obama... dicevo...le banche hanno concesso troppi prestiti al di là delle loro reali capacità, al di là di ogni riserva di liquidità disponibile... Molti signori non sono riusciti a restituire quel denaro...e così..più o meno...ti sei messa in mezzo tu...lo Stato ha cercato di aiutare le Banche se no era un casino...e tutte le azioni investite su titoli “fasulli” sono cominciate a crollare, così come tutte le altre economie che si appoggiavano a quella americana..e via dicendo...l'Asia e anche l'Europa...

Certo..non sei precisa non ti sarà piaciuto tanto l'esame di giornalismo economico...comunque questo è quello che si vocifera di me..il resto credo lo debba conoscere tu..

Ma perché..è necessario???

Beh...Sono capitata davanti alla tua porta, era così..appariscente, bella, non potevo non fermarmi..come dire...è capitato...

Dannata porta rossa!!! e io che mi ostino con il rosso, lo adoro, è il mio colore preferito, calze rosse, maglia rossa, pantaloncini rossi e verdi..ieri ero vestita così...ma a volte alterno con il giallo..uff..devo cambiare...dannato rosso...

Ok Crisi allora???

Allora entro...mi offri un caffè???

Va bho..entra...

Squilla il telefono...uff, oggi non c'è un attimo di pace!

Pronto?

Ehi Ale come stai? Tutto bene lì a Lisbona?

Si si, finalmente sto facendo un po' di amicizie...mi rilassavo un po' ora, ero con un'amica...

Ah, fai bene, goditi la vita, ma, non spendere troppi soldi, che c'è crisi!

Crisi?? è un'omonima? Non può essere..si trova a casa mia in questo momento...

Papà tra qualche giorno lo mandano in cassintegrazione!

Come??? Scusa, non doveva andarsene in prepensionamento per l'amianto?

Ancora non gli arriva quella lettera,e intanto gli hanno detto che per un po' se ne starà in casa...

Che significa??? Gli ridurranno di molto lo stipendio...

Ale, goditi la vita, stai tranquilla, solo non spendere troppo..Dai su..stai per laurearti, presto troverai lavoro...

Va boh, ma'...ci sentiamo domani..un bacio...

Mi siedo e affondo i miei occhi sulle briciole rimaste del passato momento felice..

Crisi mi osserva... Che hai?

Niente...Sono un po' giù..è che mio padre lo mettono in cassintegrazione, e io mi sento un po' male a stare qui, senza un lavoro, a spese sue...Mi dovrei laureare ad aprile, ma mi sa che mi salta la sessione anche questa volta e quindi mi tocca anche pagare le tasse del primo fuori corso...Mia madre crede che troverò lavoro così...Ahimè...Mi sa che è dura, per quello che voglio fare io..

Che vorresti fare?

La giornalista! Mi piacerebbe fare la reporter.. Solo che è una carriera un po' lunga..Scrivo per un giornale on-line che mi verserà i contributi, ma che non mi da un centesimo...Tra due anni sarò pubblicista però...Poi devo fare l'esame di stato per diventare giornalista... Nel frattempo vorrei trovare qualcosa da fare...Ho bisogno di soldi, non mi piace pesare sui miei..ora meno che mai...Mi sa che dovrò trovare un bar dove lavorare, almeno nel frattempo...l'ho già fatto in passato..ti danno una miseria, ma meglio che niente...non so...mi sento un attimo spaesata...

Dai, non ci pensare ora, ti faccio un po' di compagnia, magari va meglio..

Magari..Ma non è che porti tu un po' di sfiga???

venerdì 18 luglio 2008

LA PRIMA ALBA


Immagino Dio come un pittore che ogni giorno si siede sul proprio sgabello e si interroga: "Come sarà oggi il cielo?". Intinge il pennello in enormi scatole di vernice: rosso, giallo, bianco...Comincia con le prime pennellate, distese, ampie. E' chiaro: non può che usare un pennello piatto; la sua mano è ferma, precisa. Poi inizia con i capolavori delle sfumature: qui userà una punta tonda. Ecco che il rosso si fa più trasparente, lasciando spazio allo sfondo blu. Ci sono venature bianche. A tratti è più visibile il giallo, antefatto di un sole che fa capolino dal nulla. E allora la pittura diventa maestria: in basso un sottile strato blu, poi rosso, ancor più su arancione, fino al giallo intenso. Per non parlare delle nuvole, dalle forme più strane, di quel bianco sfumato, che va mescolandosi con i colori del cielo. Tutto intorno azzurro. E' giorno, comincia a delinearsi all'orizzonte una rossa sfera infuocata. Meraviglioso sole che sembra sbucare dalle viscere della terra, lava allo stato puro, concentrazione di materia densa, incandescente. Il tempo passa e il sole impallidisce un po': da rosso si trasforma in giallo quasi bianco, è luce allo stato puro. L'arte a questo punto rasenta la magia, diventa miracolo. Dio soffia il proprio Spirito vitale sul dipinto, su quella sfera magica. Ecco che la luce è così intensa che i nostri occhi non vi si possono soffermare. Dio, soddisfatto, si fa una risata. " Dio invisibile...Ma come fate umani a non capire? Ogni mio dipinto è un auto-ritratto. Nel sole nascondo il mio volto. Se riusciste a guardare il sole poco a poco mi vedreste...Ma non potete, pena la cecità... Ecco perché ho inventato per voi il mistero della fede...Credere senza vedere...Ma è così semplice, figli miei, così semplice..."
Ride ancora, si alza in piedi, prende la sua tela gigante tra le mani, la scruta con aria soddisfatta, e appende il quadro sulla parete della propria dimora. Va via...
Alcune ore dopo le azioni si ripetono.
La tela bianca è pronta, le vernici anche... Questa è la volta del tramonto...

mercoledì 16 luglio 2008



Mi urla dentro la tua assenza, alle prime luci dell'alba di questa meravigliosa città. Si annega il primo sole nel fiume e rimango, come barca lieve, ad ondeggiare... sento la tua forza nella brezza fresca di primo mattino, che si stringe sul mio corpo, appiccicandosi umida sulla mia pelle, infiltrandosi dentro le ossa...fino alle profondità dei miei tessuti, sangue nel sangue, urla di globuli rossi che danzano asimmetrici.
Ti ho respirato.
Amalgama di sensazioni che si trascinavano indistinte, appena sussurrate, polvere da sparo incendiata, subitanea implosione che si espande all'esterno.
Ho un tuo segno sul collo. Scuro, deciso. Come te. Come la tua passione che mi prendeva convulsa, strattonandomi, sigillandomi sulla bocca insaziabili parole, mistica di emozione e follia, stillicidio di desiderio.
Noi. Il tuo profumo. Le tue mani grandi...
Ritorno a casa, lontana da te...
E intanto, si accascia quest'anima confondendosi con la terra brulla, che il fiume, poco a poco, ruba per sé.

lunedì 30 giugno 2008

-Mi dispiace, devo.- E si trascinò lontana da lui, voltandogli le spalle. L’aria era pesante, le ginocchia le tremavano, lo zaino che sosteneva sembrava farla soccombere.

Chi sei tu? Credi che le cose ti spettino per diritto? Pensi che le parole possano placare in eterno il mio animo? Sapessi quante ne ho ascoltate. Un tempo le adoravo, dannate selvagge parole. Mi intrigava il loro effetto sonoro e devastante: un soffio di fiato che diventa azione. Ma sai, adesso sono stanca, di tutto. Giocoleria a parte, un giorno ho rischiato di offrire la mente e il cuore in mano a parole d’azzardo. Ero sull’orlo di un precipizio. E ci sono caduta. Ma sono ancora qui.
E tu mi parli, mi parli, mi parli, mi parli, mi parli…

-Vado-

Non hai nemmeno la forza di fermarmi, troppo impegnativo leggere l’evoluzione dei miei pensieri. Mi chiedi perché. Basta spiegazioni, ti prego. Fermami, fermami, strattona questo mio braccio che scivola via. Mi accusi di essere “nebbia che confonde, triangolo delle bermuda che disorienta”. Ora ti incazzi. Speravo ti incazzassi. Urli. Anche tu hai una vita che ti attende, come me. Cosa ho fatto io? Ti senti accusato. Ti difendi. Hai ragione.

Continuava ad avanzare, mentre lo stomaco le si torceva dentro. Era una scelta forzata, l’unica possibile. Il fiato le si nascondeva tra i polmoni, la fronte corrugata, il formicolio alle mani, la vista annebbiata. I suoi denti lottavano irrequieti, sotto quelle labbra rosse, impassibili.
Il treno era fermo. Un piede dentro, uno fuori, e quell’attimo dimenticò il concetto di tempo. Un’ennesimo slancio e salì. Adesso, da lontano, era davvero nebbia, confusa con il sudiciume di un finestrino dimentico di cure. -Addio L.- sussurrò, quando ormai la sua voce non aveva più voce.

Non mi hai fermato. Gli eventi hanno deciso. Dai che fai? Ora ti fermi a ricordare? Che paradosso che siamo. Che paradosso che sono…”Triangolo delle bermuda”, e mi ritorna alla mente quella notte d’amore. I tuoi baci sul mio seno. Le tue braccia ad avvolgermi. Quel senso di pienezza. Io e te così perfetti insieme. Quella notte senza parole, intrisa dei nostri profumi e scandita dai nostri respiri. Le tue labbra morbide e carnose. Il calore del tuo corpo. Le tue mani. La mia testa sul tuo petto. L’alba che giungeva. Quella casa piccola e così intima. I nostri sogni lievi. Il sorriso impreciso e soddisfatto. La forza. Il mio naso sul tuo naso. I tuoi occhi grandi. L’infinito.

Rilassò i muscoli e lasciò andare il pianto. Un pianto che sciolse il ghiaccio di cui si era forgiata. –Addio L.- ripetè, quasi per convincersene.

sabato 12 aprile 2008

La mia voce sa di fiato spezzato. I miei passi sono sordi. Le mie mani, intagliando l’aria, scolpiscono pensieri. I miei occhi ridono, piangono, sentono, parlano. Comunico. Con tutto il corpo. Ciò che la natura mi ha negato, io ho imparato a inventarlo: le mie parole plastiche occupano il vuoto apparente, vibro attraverso suoni tattili.
In questa piccola stanza d’ostello mi sento forte. Sono forte. Ogni volta che infilo il mio zaino da viaggio, mi rendo conto di quanto io sia perfetta. La stanza è essenziale: letto a castello, bagno in camera; ampia finestra. Mi arrampico sul letto di sopra: dall’alto mi sembra di poter controllare tutto meglio. Mezz’ora, un’ora. Rimango sul letto, cuscino dietro la schiena. Abbraccio le mie ginocchia e continuo a fissare la porta. Prima o poi si aprirà. Non voglio farmi cogliere di sorpresa, essere spiata nella ritualità delle mie intime azioni. Ecco: si apre. Entra un ragazzo, ha il viso simpatico, mi ispira fiducia. Le sue labbra mi dicono “ciao” e io gli sorrido. Lascia il suo zaino a terra, si avvicina, mi offre la mano, che io prontamente stringo. Si chiama Marco. Io muovo la bocca, cercando di sillabare al meglio il mio nome: Anastasia. Ma puntualmente la voce muore prima ancora di nascere. Marco mi guarda perplesso e si avvicina con l’orecchio per sentire meglio. Io gli accarezzo il volto per legare il mio viso ai suoi occhi. Scuoto la testa, ridendo, in segno di dissenso. Prendo la penna e il quaderno che ho alla mia sinistra e scrivo a chiare lettere: Anastasia.
Lui mi guarda, e in quell’attimo percepisco il suo disagio, annuisce e abbozza un sorriso. China la testa, mi da le spalle, come rapito dal suo mondo, e si piega sullo zaino. Prende un libro e si stende sul letto. Impossibile ora comunicare. Mi ha tagliata fuori. Io sopra, lui sotto, lui con i suoi suoni, le sue parole e i suoi pensieri, io con i miei gesti e la mia scrittura. Mi ha scaraventata nel mio spazio sordo. Ci sono abituata, non è la prima volta che mi capita. Mi sento sola e fisso il lampadario. La luce artificiale a suo modo mi riscalda, mi è compagna, al buio tutto mi sfugge. No, non voglio. La solitudine mi martella nelle orecchie e la sento. Ho bisogno di leggere le tue parole Marco, non puoi rimanere lì, lontano da me. Il mio spazio è il tuo spazio, questa stanza ci culla, insieme. Mi metto in piedi sul letto e tocco il lampadario, facendolo oscillare. Le ombre danzano irrequiete per la stanza. Marco si affaccia dal suo letto, con la testa rivolta verso l’alto. Mi guarda, inarcando il sopracciglio, tra il perplesso e l’indignato. Io gli sorrido, mentre una lacrima mi solletica, impertinente, il viso.
Gli occhi di Marco, ora, sorridono. Si alza e si arrampica sin sul mio letto. Si siede accanto a me. Io continuo a guardarlo, ridendo. Ridiamo. Mi da un bacio sull’orecchio. È il suono più dolce che abbia mai sentito. Il mio amico ha letto la mia protesta.
So che questa notte sarà lunga e parleremo, ognuno a suo modo…

martedì 19 febbraio 2008

SOSPIRI DI NOTTE

Chiuse gli occhi, Marina, e si accovacciò in posizione fetale, sotto le coperte, attendendo che il sonno la avvolgesse come quella cortina di placenta di cui aveva perso memoria.. E in quello stato poteva sentirsi protetta, mentre il silenzio della notte sovrastava sui pensieri destabilizzanti, deformati dall’assenza di luce. Era capace di sentire il proprio ritmo, un profondo fiato, antefatto di plasticità onirica, e il cuore lento e marcato come di un viandante esausto che bussa ad una porta per cercare un posto dove riposare.
E fu proprio in quel silenzio che perse la cognizione di sé…

…Un alito sussurrato e la sensazione tattile di quel naso che scivolava subito dietro il suo orecchio, correndo giù per il collo, fino alla spalla nuda…e poi subito quelle labbra umide, morbide che accendevano il suo corpo. Sentiva quella calda presenza ad abbracciarla di spalle, e quella voce colma di tremore e passione, di dolcezza infinita e violenza disarmante. Le pareva di appartenere da sempre a quell’uomo, e così scioglieva il suo fragile guscio, e si denudava, fino a mostrarsi larva, desiderosa di alimentarsi e crescere con il respiro di lui. Quel respiro, violento e incalzante, le faceva tremare il cuore. Marina non voleva guardare il volto del proprio uomo, per non svilire quella sensazione che il tocco della mano di lui le provocava. Si girò, ad occhi chiusi, in direzione del suo volto, per ricambiare l’abbraccio. Cadde, intrappolata sulla sua bocca, desiderosa di morire su quella preziosa fonte di parole, come se potesse sentirne il sapore. Le due lingue si intrecciarono vorticosamente e, nella calda saliva, le due anime annegarono sé stesse per diventare una sola essenza. Più lui le accarezzava la schiena, più Marina sentiva pulsare il proprio corpo, fino a localizzare tra le proprie gambe un calore diffuso. La bocca di lui scendeva giù per il collo e finiva su quel seno abbondante, che baciava, fino a lasciar cadere la propria testa nella cavità tra i due seni. E si sentivano pieni così, l’uno dell’altra, in un attimo denso di parole avviluppanti…

La luce rese Marina al nuovo giorno.
Percepì violentemente quell’assenza scritta sulla propria pelle e allungò il braccio…
Si ritrovò sola in quel letto caldo, dove si era sentita scorrere la vita dentro…

venerdì 27 aprile 2007

FOTOGRAMMI


Marina se ne stava a pensare.
D'un tratto si era sciolta in un pianto liberatorio. Quel gelo e quella distanza che sentiva si erano d'improvviso tramutate in calore.
Ferma, davanti a lui...Era tornata la vita a riappropriarsi di lei e i ricordi fluivano. I muscoli contratti all'altezza dello stomaco e dietro la testa, pian piano, con lo scorrere delle lacrime, si rilassavano. Il senso di vomito provato, quello sì rimaneva, ma non più incontrollabile. La fronte si distendeva...
E mentre piangeva vedeva invece corrugare la fronte di lui, i suoi respiri sempre più profondi e le labbra strette in una smorfia, quasi a trattenere un dolore, uno sforzo a non dover trattare nuovamente. Erano ormai state fatte delle scelte... E quando dentro arriva la consapevolezza dell'assenza del domani e dell'impossibilità di vivere anche la stessa immanenza, allora rimane impacciato il ricordo...
Stare per un po' di tempo lontana da tutto l'aveva fatta sentire sollevata, aveva quasi riscoperto sè stessa e la sua voglia di ritornare ad essere vitale, aveva cercato di recuperare energie... Quanto è brava la mente in cerca di sopravvivenza.
Beh Marina destreggiava bene la sua mente. Temeva solo quei maledetti attacchi di panico che la prendevano d'improvviso nelle sue paranoie più inconscie. Eppure cominciava ad abituarsi anche a quelle sensazioni che la facevano sentire fuori luogo: sentiva le braccia addormentarsi poco a poco, formicolare, il suo battito cardiaco stranamente accelerato, lo stomaco contratto e quel mal di testa forte localizzato dietro la nuca e sulla fronte. In quei momenti le si chiudeva la comunicazione con il mondo. L'unica via di fuga era camminare a passo veloce per superare anche i propri pensieri, per riuscire a percepire altre sensazioni quali la freschezza del vento sul viso, le gambe rilassarsi e la cognizione di sè...la voglia di rintanarsi nel proprio mondo, di superare il senso di inadeguatezza, di stendersi sul letto e finalmente piangere: ottima terapia per rilassarsi.
Gli attacchi di panico le erano tornati nell'ultimo periodo: frutto di un costante senso di colpa?
...Vedere la macchina di lui, la sua paura a vederlo pieno di falsa indifferenza, non sapere che dire...cazzo....di nuovo la sua mente contorta tornava a parlare in codici indecifrabili, mettendo in allarme il suo corpo.
Ma era bastato un abbraccio di lui per farla sentire un attimo "a casa" e farle tornare alla mente tutta la tenerezza del mondo... e le lacrime avevano cominciato a scorrerle.
Tuttavia Marina si rendeva conto di fargli del male: dopo quell'atto di coraggio e quella presa di posizione da parte di lui, lei proprio non poteva piangere. Le lacrime vogliono dire tante cose, ma sono libere d'interpretazione.
Così Marina, guardandosi nello specchietto della macchina, di fretta aveva asciugato gli occhi rossi, mentre lui continuava a guardare dritto di fronte a sè, recuperando quella distanza costruita...
Marina si era fatta coraggio... Ormai era fuori dalla macchina, entrava in casa...
Ma prima di entrare un attimo di esitazione... Come un fermo-immagine cinematografico... l'ultimo incrocio di sguardi, un gesto come un bacio da lontano, un CIAO sussurrato a bassa voce...
La vita violentava quella magia, sospesa un tempo, come un'idea visibile agli occhi...
Quella magia era tramutata in lacrime, perle preziose, tesori nascosti e irragiungibili nei fondali del mare..