"I miti aborigeni sulla creazione narrano di leggendarie creature totemiche che nel Tempo del Sogno avevano percorso in lungo e in largo il continente cantando il nome di ogni cosa in cui si imbattevano- uccelli, animale, piante, rocce, pozzi -, e col loro canto avevano fatto esistere il mondo". [...] "Si toglievano gli abiti da lavoro e partivano; stavano via settimane, mesi e addirittura anni; attraversavano a piedi mezzo continente, magari solo per incontrare qualcuno, poi come se niente fosse, tornavano indietro"
"Correvano insieme, a quel tempo danzavano per le strade come pazzi, e io li seguivo a fatica come ho fatto tutta la vita con le persone che mi interessano, perchè le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che nn sbagliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d'artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno ooohhh"
Piange la follia nel mio letto assurda memoria di altri momenti. In me tutti amano la follia e io la venero, straordinario balcone di canto ma nessuno ama la donna che si brucia allo specchio. Nessuno sa che cosa sia il piacere di reggere il lume della pazienza attraverso strade infeconde liberando momenti di solitudine. Paiono orrende torture ma intanto mangi e bevi e vai avanti dopo aver conosciuto l'embrione che ti ha dimenticato
1 Per ogni cosa c`è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. 2 C`è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. 3 Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire. 4 Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. 5 Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. 6 Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttar via. 7 Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. 8 Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Ho rifiutato per la terza volta di ricevere il prete. Non ho niente da dirgli, non ho voglia di parlare, e dovrò comunque vederlo presto. Quel che mi interessa in questo momento è soltanto di sfuggire alla meccanica, di sapere se l'inevitabile può avere un via d'uscita. Mi hanno cambiato di cella e da questa, quando sono disteso, vedo il cielo e il cielo soltanto. Passo le mie giornate a guardare nel suo volto il degradare di colori che conduce alla notte. Sdraiato, mi passo le mani dietro la nuca e attendo. Non so quante volte mi sono chiesto se esistono esempi di condannati a morte che siano sfuggiti al meccanismo implacabile, siano scomparsi prima dell'esecuzione, abbiano rotto i cordoni di agenti. [...] Quello che contava allora per me era una possibilità di evasione, un salto fuori dal rito implacabile, una folle corsa che offrisse tutte le possibilità della speranza. Naturalmente questa speranza era di essere freddati all'angolo di una strada, in piena corsa, d'un colpo di rivoltella. Ma, tutto ben considerato, nulla mia autorizzava questo lusso, tutto me lo vietava, la meccanica mi riprendeva. Malgrado la mia buona volontà, non potevo accettare questa certezza insolente. Perché insomma c'era una sproporzione ridicola fra il verdetto che l'aveva creata e il suo svolgersi imperturbabile a partire dal momento in cui quel verdetto era stato pronunciato. Il fatto che la sentenza fosse stata letta alle ore venti, piuttosto che alle ore diciassette, il fatto che avrebbe potuto essere completamente diversa, che era stata deliberata da uomini che cambiano di biancheria, che era stata messa a carico di una nozione così imprecisa come il popolo francese (o tedesco, o cinese), tutto questo mi pareva proprio che diminuisse di molto la serietà di una simile decisione.Eppure ero costretto a riconoscere che, dal secondo in cui era stata presa, i suoi effetti diventavano altrettanto seri che la presenza di quel muro contro cui schiacciavo il mio corpo. [...] C'erano altre due cose a cui riflettevo sempre: l'alba e la domanda di grazia. Eppure cercavo di ragionare, cercavo di non pensarci più. Mi stendevo, guardavo il cielo, facevo uno sforzo per interessarmene. Il cielo diventava verde, e era la sera. Facevo ancora uno sforzo per deviare il corso dei miei pensieri. Ascoltavo il mio cuore. Non riuscivo a immaginarmi che quel piccolo rumore che mi accompagnava da tanto tempo potesse mai cessare. Io non ho mai avuto immaginazione. E tuttavia cercavo di immaginarmi un determinato secondo il cui battito di questo cuore non si sarebbe più prolungato nel mio cervello. Ma invano. C'era sempre l'alba e la mia domanda di grazia e finvo per dirmi che la cosa più ragionevole era di non farmi violenza. E' all'alba che vengono, lo sapevo. E ho passato le mie notti ad aspettare quell'alba. Non mi è mai piaciuto farmi sorprendere: quando mi succede qualcosa, preferisco essere presente. Così ho finito per non dormire che un poco durante il giorno e, lungo tutte le mie nottate, ho atteso pazientemente che la luce nascesse sul vetro del cielo. Il momento più difficile era quell'ora incerta in cui sapevo che essi operano d'abitudine. Passata la mezzanotte, attendevo e stavo in agguato. Mai il mio orecchio aveva percepito tanti rumori, distinto suoni altrettanto lievi. Devo dire del resto che ho avuto fortuna durante tutto questo periodo perché non ho mai udito dei passi. La mamma diceva che non si è mai completamente infelici. Ero d'accordo con lei nella mia prigione quando il cielo prendeva colore e una nuova giornata scivolava nella mia cella. Perché poteva darsi ugualmente che udissi dei passi e mi scoppiasse il cuore. E invece, per quanto il più lieve fruscio mi facesse balzare alla porta, per quanto, l'orecchia schiacciata contro il legno, attendessi perdutamente fino a udire il mio proprio respiro, spaventato di trovarlo rauco e così simile all'ansimare di un cane, in verità il cuore non mi scoppiava e avevo guadagnato ancora una volta ventiquattr'ore. Durante tutto il giorno avevo la domanda di grazia. Credo di aver sfruttato il massimo possibile di quest'idea. Calcolavo gli effetti e ottenevo dalle mie riflessioni il miglior rendimento. Partivo sempre dalla supposizione peggiore: la domanda era respinta. "Ebbene allora morrò". Più presto che molti altri, evidentemente. Ma tutti sanno che la vita non val la pena di essere vissuta, e in fondo non ignoravo che importa poco morire a trent'anni oppure a settanta quando si sa bene che in tutti e due i casi altri uomini e donne vivranno e questo per migliaia di anni. Tutto era molto chiaro, insomma: ero sempre io a morire, sia che morissi subito, sia che morissi fra vent'anni. A questo punto quel che mi turbava un po' nel mio ragionamento era il vuoto terribile che sentivo in me al pensiero di vent'anni di vita non ancora vissuta. Ma non avevo che da soffocarlo immaginando quali sarebbero stati i miei pensieri dopo vent'anni, quando mi sarei dovuto trovare in ogni modo a quel punto. Dal momento che si muore, come e quando non importa, è evidente. Dunque (...) dovevo accettare che quel ricorso fosse respinto. A questo punto soltanto, avevo per così dire il diritto, mi davo in certo qual modo il permesso di considerare la seconda ipotesi: ero graziato. La difficoltà era che dovevo render meno violento questo slancio del cuore e del corpo che mi pungeva gli occhi di una gioia insensata. Dovevo cercare di calmare quel grido, di ridurlo alla ragione. Dovevo essere ragionevole anche in questa ipotesi, se volevo rendere plausibile la mia rassegnazione nell'altra. Quando vi riuscivo, avevo conquistato un'ora di calma.
Pare che le lacrime siano nate nel corso dell'evoluzione della specie, e precisamente nel momento in cui i pesci lasciarono la profondità del mare, e cmparvero sulla terra i primi anfibi, che avevano la necessità di mantenere sempre umido il cristallino dell'occhio, non trovandosi più costantemente in acqua. Nacquero così le lacrime basali. Ciascuno di noi ne sviluppa quindici centimetri cubici all'anno. Esse non si trasformano mai in goccia vera e propria, e servono in sostanza a tenere umido l'occhio. Esistono poi le cosiddette lacrime riflesse, quelle che sgorgano in seguito a un fenomeno esterno, per esempio quando un granello di polvere entra nell'occhio, o quando si affetta una cipolla. E infine le lacrime emotive, dette anche psicologiche, che dipendono da fattori appunto emotivi. Nelle lacrime si ritrovano circa 130 sostanze diverse. Le lacrime basali e riflesse differiscono completamente per composizione da quelle emotive. Le lacrime emotive contengono infatti più proteine, più potassio e manganese. In particolare il manganese è presente per il 30 % in più. Dal momento che il manganese si trova in abbondanza nel cervello dei depressi, forse il pianto ha la funzione di alleviare la depressione, poiché consente di espellere il manganese in eccesso. Inoltre nelle lacrime versate per emozione è presente in abbondanza l'ormone adrenocorticotropo, che è un ormone indicatore dello stress. Nessuno sa ancora se, tra le lacrime emozionali, le lacrime versate per amore abbiano una composizione differente da quella delle lacrime versate, per esempio, per la morte di una persona cara, o per rabbia, o per commozione mentre si legge un libro o si vede un film. E nessuno a oggi può dire veramente a cosa servano le lacrime d'amore.
Sì, ma chi ci guarirà dal fuoco sordo, dal fuoco incolore che corre all'imbrunire per rue de la Huchette, uscendo dai portoni tarlati, dagli atrii angusti, dal fuoco senza immagine che lambisce le pietre e spia nei vani delle porte, come faremo per lavarci dalla sua bruciatura dolce che continua, che s'insedia per durare alleata al tempo e al ricordo, alle sostanze appiccicose che ci trattengono da questa parte, che ci brucerà dolcemente fino a bruciarci. Allora è meglio patteggiare come i gatti e le muffe, stringere amicizia immediata con le portinaie dalla voce roca, con le creature pallide e sofferenti che spiano dalle finestre giocando con un ramo secco. Ardendo senza tregua così, sopportando la bruciatura centrale che avanza come lento maturare del frutto, essere il polso di un falò in questo groviglio di pietra interminabile, camminare nelle notti della nostra vita con l'obbedienza del sangue nel suo circuito chiuso
La Maga aprì gli occhi, si mise a pensare. -Tu nn potresti- disse -Pensi troppo prima di fare una cosa.- -Parto dal principio che la riflessione deve precedere l'azione, stupidina- -Parti dal principio.- disse la Maga -Che complicato. Sei come un testimone, sei quello che va al museo e guarda i quadri. Voglio dire che i quadri sono là e tu sei nel museo, vicino e lontano nello stesso tempo. Io sono un quadro, Rocamadour è un quadro. Etienne è un quadro, questa stanza è un quadro. Tu credi di trovarti in questa stanza, ma non ci sei. Tu stai guardando la stanza, non sei nella stanza.-